“Gomboland”: archeologia sperimentale nel segno della ceramica

A cura di Federica Garofalo
Immagine fornite da Luca Bedini

Se ci si avventura sull’Appennino modenese, può capitare di imbattersi in una visione decisamente particolare: una capanna villanoviana ricostruita con le stesse tecniche dell’VIII secolo a.C., con tanto di arredamento, e delle fornaci per la ceramica in tutto simili a quelle da cui sono usciti i famosi buccheri etruschi. Si tratta della fattoria didattica “Asineria di Gombola”, con la quale collabora ormai da anni l’archeologo sperimentale Luca Bedini, una laurea in Conservazione dei Beni Culturali all’Università di Parma, e che ora si dedica all’archeologia sperimentale della ceramica dall’Età del Ferro fino all’epoca Longobarda, portando la sua esperienza anche nella storia vivente.

Ma com’è avvenuto questo “triplo salto carpiato” dal mondo accademico e degli scavi archeologici a quello dell’archeologia sperimentale e poi della ricostruzione storica? «Uno dei miei professori all’Università soleva ripetere che noi studenti di archeologia saremmo stati dei disoccupati,» scherza Luca, «così già dal periodo degli studi ho drizzato le orecchie alle realtà modenesi di archeologia sperimentale, come il Parco della Terramare di Montale, e soprattutto alle realtà del Centro e Nord Europa. Fondamentalmente sono un modellista di lunga data (ho fatto anche il giocoliere), così ho sviluppato la manualità anche per quanto riguarda la lavorazione della ceramica; i miei studi da archeologo mi hanno dato il livello critico. Ho fatto i primi esperimenti un po’ per gioco, con le prime cotture in buca e il primo forno a camera unica, poi ho imparato anche a lavorare al tornio. Furono alcuni amici a spingermi verso la rievocazione storica: il mio primo evento fu a Marzabotto, nel 2010, cui partecipammo con il Parco Archeologico di Forcello, del quale sono diventato poi il referente. Personalmente ignoravo l’esistenza di questo mondo, e fu amore a prima vista: parlando con gente di un certo spessore culturale lì presente, mi resi conto che la rievocazione storica poteva essere una formidabile occasione di praticare archeologia esperienziale, e una fonte di domande e di risposte che non si trovano nei libri.»

Oggi i suoi manufatti in ceramica si trovano nell’equipaggiamento di molti gruppi di rievocazione storica, e nelle case di molti appassionati, nonché esposti in diversi musei italiani e stranieri: si va dalle riproduzioni delle ceramiche dell’eneolitico a quelle di terra sigillata romana, passando per i buccheri etruschi. «I miei principali committenti sono i gruppi di ricostruzione storica,» svela Luca, «poi vengono i musei, e, in misura minore, gli appassionati.»

Ma qual è l’epoca più “gettonata”? «Dipende molto dalle aree geografiche e dalle mode del momento,» è la risposta. «Qualche anno fa, ad esempio, imperversavano i gruppi longobardi, ora l’attenzione si è spostata sugli Etruschi. La cosa che più mi dà soddisfazione è vedere negli occhi della gente che osserva i miei manufatti l’amore per gli antichi, e questo accade soprattutto con i rievocatori.»

All’interno degli spazi messi a disposizione dall’ “Asineria di Gombola” si svolgono diverse attività didattiche aperte al pubblico, dalla ceramica alla tessitura alla panificazione, comprese collaborazioni con le scuole. «Dal mese di maggio abbiamo quasi tutti i giorni dai 75 agli 80 bambini.» spiega Luca, «Sono loro che mi danno le maggiori soddisfazioni, se li sai prendere sono loro a cercarti. Lavorare con i bambini, però, non è facile, perché bisogna semplificare molto: hanno però una grandissima voglia di lavorare con le mani. Un giorno mi capitò di spiegare loro che si poteva riattaccare il manico a un manufatto di ceramica fresca anche con la lingua: dopo un po’ dovetti intervenire, perché i bambini avevano finito per prendere i manici per dei lecca-lecca.»

Ciò che però risalta all’interno dello spazio della fattoria didattica riservato a Luca è sicuramente la capanna villanoviana, il cui tetto rivestito di canne palustri in inverno si ricopre di neve. Una capanna che sembra uscita da una fiaba, leggermente interrata, fatta di legno e mattoni di paglia e argilla, e arredata di tutto punto. «È un sogno realizzato,» confessa Luca. «L’idea mi è venuta vedendo la ricostruzione di una capanna villanoviana a Bologna, nei Giardini Margherita, realizzata negli anni ’80. L’Asineria di Gombola, proponendomi una collaborazione, mi ha dato la possibilità di realizzare questo sogno. È visitabile tutto l’anno, e dalla gente che la vede me ne sento dire davvero di tutti i colori: c’è chi la scambia per “la tenda degli Indiani”, chi addirittura per una “palafitta”, dimenticando che si tratta di una tipologia di abitazione completamente diversa.»

Non solo, la capanna villanoviana si presta ad essere un perfetto “set cinematografico”, e infatti, sono due i lavori su pellicola che il lavoro di Luca ha ispirato: lo scherzoso e malinconico cortometraggio di animazione “Gomboland” realizzato nel 2017 da Michele Canova, e il documentario “L’Alba degli Etruschi” diretto da Corrado Re, Nico Guidetti e  Jeris Fochi, entrambi presentati al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto.

Un ottimo punto di osservazione, per di più, da cui Luca ha potuto osservare il cambiamento del panorama del modo di rievocare l’Antichità negli ultimi anni. «Il periodo che va per la maggiore è sempre quello dall’età ellenistica in poi, per il periodo precedente (Celti, Villanoviani) non c’è quasi niente, anche se oggi l’attenzione si è spostata un po’ di più sugli Etruschi. Il livello qualitativo negli ultimi anni è migliorato, anche per quanto riguarda le attività proposte, ma si tratta quasi sempre di contesti militari e non civili, quelli che fanno più “scena”.»

Un vero peccato, perché, come dimostra l’esperienza di Luca, si può far letteralmente toccare con mano la vita quotidiana anche dei popoli italici più lontani da noi; e, se il lavoro è fatto bene, il pubblico risponde.  

Per saperne di più Il sito di Luca Bedini

 

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